Vita di mare

Pubblicato il12 nov 2009 da admin

Due belle esperienze di navigazione quasi costiere in meno di un mese, le più corte di questi ultimi anni, la prima da Brindisi a Pescara, con un Gran Soleil 42 e la seconda, da Grado a Giulianova, con un Bavaria 34. Arrivo a Brindisi con la freccia bianca un treno comodo, veloce e confortevole in poco più di quattro ore, eravamo a destinazione, in taxi per raggiungere il marina, espletate le formalità, saliti a bordo, una bellissima barca con interni spaziosi luminosi e veramente ben costruita, con rifiniture di pregio, anche l’attrezzatura per la navigazione a vela ben tenuta, con randa e genoa in ottimo stato. Il mattino, di buon’ora, sveglia e trasferimento al centro della città, foto di gruppo, tre persone di equipaggio, ricca colazione al bar centrale, rifornimento di carburante ed acqua, controllo olio motore e via, lungo l’interminabile porto; fuori ci attendeva un mare incrociato abbastanza formato da farci  notare che la barca teneva fronte ai marosi egregiamente. Quella zona è veramente particolare, per una decina di miglia, e mi è successo altre volte, passando da quelle parti, trovare sempre mare  grosso incrociato ed anche molto vento, fatto quel tratto il mare bonaccia quasi di colpo ed anche il vento sembra scemare, navigazione tranquilla, abbastanza noiosa con il motore che non concede un attimo di riposo alle povere orecchie, poco traffico, data la bassa stagione, sia di giorno che di notte, solo all’avvicinarsi al promontorio del Gargano, giunti  il mattino seguente, un po’ di movimento, indecisione se, fare tappa a Vieste o proseguire, ha vinto la seconda, sfiorate le isole Tremiti con mare veramente calmo ed assenza totale di vento, dopo aver costeggiato Ortona irriconoscibile da principio per il faro non funzionante, in serata eravamo ormeggiati nel marina di Pescara.
Il secondo trasferimento. Da Giulianova a Grado in macchina stracolma di attrezzature, tanto da non avere più posto per noi ed i nostri bagagli, giunti a destinazione, dopo sei ore, giusto per l’ora di pranzo, il tempo per portare tutto in barca e fare i complimenti al nuovo proprietario, barca nuovissima e perfetta, due anni di vita e non sfruttata affatto, tutto nuovo, dal motore agli interni, alle vele, perfetta e soprattutto pronta per navigare. Pranzo di inaugurazione in un ristorante al centro della sempre accogliente e pulita cittadina, non tornavo da quelle  parti da circa venti anni, sempre per un altro trasferimento, Valentina IV un Mousse 99, con esperienze già descritte. Per le quindici e trenta la partenza, si attraversa il lungo percorso tra due file di briccole, che delimitano i tanti bassi fondali, la navigazione sembra tranquilla ci doveva essere una finestra di tempo buono tra una perturbazione e l’altra in arrivo, unico problema i rami ed i tronchi trasportati dai fiumi in questi ultimi periodi di grandi piogge, un paio sbattono sotto la barca, altri riusciamo a schivarli, il problema sarebbe stato per la notte con l’oscurità sarebbe stato molto difficile vederli e poterli evitare. La barca naviga con una buona media.  Sul tardi, il vento inizia a rinforzare e dei lampi a sud illuminano a giorno, seguiti dal fragore dei tuoni sempre più vicini, il ricordo della burrasca vissuta nella stesa zona, costa Istriana, mi fanno rabbrividire un po’, ma questa volta siamo attrezzati, pilota automatico ottimo, tre GPS di cui due cartografici e sopratutto una cappottina para spruzzi e freddo da non prendere una sola goccia d’acqua con la pioggia arrivata.

Riduciamo la randa avvolgibile all’albero e non sul boma, quindi niente terzaroli ma dal pozzetto con semplice cimetta, riavvolgiamo il genoa, la barca si stabilizza e il pilota automatico rallenta le correzioni, poggiamo di una quindicina di gradi per non prendere le onde, diventate enormi, di traverso ma di giardinetto e la navigazione procede sempre con ottima media, tutta la notte vento e pioggia non cessano, la traversata è ormai alle porte, si intravede il monte Conero avvolto da una folta foschia, il mare ed il vento si placano e un pallido sole tende a riscaldarci, mentre un venticello da nord ovest, ci permette di riaprire tutte le vele e ci accompagna fino al porto di arrivo per fare carburante dopo venticinque ore di navigazione, cena e pernottamento a bordo ed il mattino seguente dal porto di Civitanova Marche, dopo sei ore e mezza circa, evitando le innumerevoli bandierine dei pescatori, si ormeggia al nostro porto, Giulianova, con grande soddisfazione del nuovo armatore , sia per la scelta giusta della barca che per la veloce e tranquilla navigazione effettuata.
Leggevo su un nostro giornalino le avventure che si affrontavano qualche anno fa, senza pilota automatico, timone a barra con minuscola bussola, senza GPS o Radar navigazione stimata, ma che ti volevi stimare? cambio delle vele di prua, da effettuare in navigazione, per mettere una o due mani di terzaroli ci si avventurava sotto l’albero, con il boma che minacciava di colpirti e scaraventarti in mare, freddo, bagnati, non c’erano cerate idrorepellenti non c’erano pile-che ti tenessero caldo e nemmeno cappottine che ti riparassero dalla pioggia dagli spruzzi e dal freddo, eppure si navigava, si andava in Croazia ex Yugoslavia e perfino in Grecia, le barche non superavano i nove metri e alla velocità di quattro massimo cinque nodi ora, venti venticinque ore per raggiungere la costa opposta, ed allo scoprire le prime montagne all’orizzonte la domanda era sempre la stessa: siamo in rotta? Il progresso ci concede tante agevolazioni e comodità, ma lo spirito dell’avventura si è ridotto, tanto da rendere le navigazioni attuali, per me, un po’ noiose.

BUON VENTO
zio paolo

FINE LUGLIO 2010

Continuano con risultati molto soddisfacenti le lezioni di scuola vela.

Oltre venti gli allievi che hanno ottenuto il brevetto della Federazione Italiana Vela.

Tutti in grado di armare diversi tipi di derive compreso l’Optmist e condurle in tutte le andature

Imparato diversi tipi di nodi, un po’ di meteorologia e soprattutto rispetto sia per gli elementi naturali, come il mare, che lo spirito di collaborazione tra compagni. Sono arrivate anche le prime medaglie e coppe dei ragazzi del 42° Nord con ottimi risultati.

Un fine Luglio accompagnato da tempo instabile e perturbato non ha impedito ai ragazzi di esercitarsi ed apprendere i limiti della navigazione.

La stagione possiamo dire che è appena iniziata ed i corsi continueranno, se il Signore vorrà, a ritmo abbastanza sostenuto avendo diverse prenotazioni.

Per non rimanere a terra, venite a trovarci, faremo in modo di accontentarvi.

DOMANDA

Domanda? Gli oltre sessanta allievi che hanno frequentato il corso di vela in questi ultimi anni che fine hanno fatto?

Tanto desiderosi di voler andare per mare, all’inizio?

Eccetto qualcuno, il resto sparito. Tanto che, anche nella regata organizzata dal circolo di San Benedetto e Circolo Migliori di Giulianova, tre o quattro armatori, o meglio proprietari di barche a vela, hanno dovuto lasciare le loro barche per mancanza di equipaggio e questa è una storia che si ripete da sempre, barche ferme ed armatori imbarcati per formare un equipaggio. Lo dissi, lo dico e lo ripeto, per andare per mare non occorre ricchezza e nemmeno possedere una barca, un po’ di buona volontà e aggregarsi; mollare gli ormeggi, issare una vela, cazzarla e mollarla nelle varie andature ed al rientro ormeggiare portando le trappe a prua e fare il nodo di bitta. Ringraziare e salutare. Non mancheranno, sfottò e cene. Però devo dire che, una cosa l’ho insegnata bene essere veri marinai solo con le promesse!!!!

40 ANNI DI STAR

Proprio a Giugno di quest’anno festeggeremo se il Signore vorrà, il quarantennale. Esattamente i primi di Giugno del 1968 fui invitato dal mio amico, nonché direttore di una delle ditte da me rappresentate, Ennio Pomponio, proprietario di una magnifica Star ELLA, a fare un giretto. La giornata, ricordo perfettamente, era splendida; una leggera brezza di Scirocco, issate le vele, tolti gli ormeggi, la barca s’inclina leggermente ed inizia la sua corsa sfiorando con precisione le altre imbarcazioni ormeggiate alla boa, allora non c’erano pontili.

Ennio era bravissimo e la sensazione provata era indescrivibile, faceva tutto da solo e non era semplice, con l’aggiunta delle volanti da dover cazzare e mollare ad ogni virata in contemporanea con il fiocco. Dopo pochi consigli mi affidò la barra del timone, sensibilissimo, e cosa strana, fu l’impressione di esserci andato altre volte, tutto mi sembrava normale, anche Ennio si meravigliò facendomi i complimenti.

Quel giorno facemmo un bel giro, prima a sud del porto e poi a nord; passando vicino a dei pattini, mi rimase impressa l’espressione di meraviglia che suscitava, e suscita tuttora l’enorme vela bianca con la stellina rossa e lo scafo appena percettibile. Il rientro in porto con il vento leggermente aumentato, a zig zag tra le altre barche, e poi fermarsi con l’abbrivo giusto davanti alla nostra boa, tutto perfetto, il mettere a posto, l’enorme randa, non fu cosa facile e non lo è tuttora.

Da quel giorno non sono più sceso; appena possibile, come da appuntamento, ci si trovava al circolo, il marinaio ci accompagnava a bordo e per l’ora di pranzo, e molte volte anche più tardi, ci veniva a riprendere, dopo che noi avevamo veleggiato per ore, cominciando anche a sfidarci, a chi arrivasse con più precisione alla boa. In poco tempo ero diventato il prodiere ufficiale; la stagione finì in un baleno come tutte le stagioni, troppo brevi. Per l’anno successivo Ennio, che con grossi sacrifici e pericolo riportava la barca a casa nel suo cortiletto, alla fine dell’inverno, ne iniziava la manutenzione, pulitura e riverniciatura quasi totale e spesso, o mi chiamava, o io andavo direttamente, iniziando ad imparare a carteggiare, stuccare e riverniciare. Dopo quattro anni, Ella, essendo tutta di legno iniziava ad avere qualche infiltrazione, sempre più frequente, tanto da far prendere ad Ennio la decisione di farla plastificare dal cantiere, Ruffini Ippoliti, agli inizi dell’attività, In questa occasione Ennio mi fece la proposta di entrare in società, acquistando la metà della barca e in più partecipando alle spese: non mi sembrò vero, tanto che accettai senza esitazione, siamo ancora soci; ottocentomilalire il prezzo concordato, la spesa del cantiere non la ricordo, solo che fece un gran bel lavoro, se la barca naviga ancora oggi.
Aveva un bellissimo albero e boma in legno,credo in pick paine, nel ‘ 74 mentre si tornava da Tortoreto con un leggero scirocco, Ennio mi chiese una birra, mi chino per prenderla e uno schianto tremendo, alzo la testa e l’albero in tre pezzi, la vela in acqua; una coppiglia aveva tranciato il perno tra la landa e l’arridatoio, procurarando quel po’ po’ di danno, ci riportò in porto un famoso personaggio, Don Berardo Cerulli con il suo Soling e con un motorino fuoribordo messo lateralmente.

Eravamo a metà stagione e per noi era finita, per trovare un albero della Star bisognava andare fino a Musso sul di Como dal cantiere LILLIA, ora molto noto, allora era agli inizi e quando andammo trovarli stavano progettando le nuove Star in vetroresina. Gentilissimi ed affabili, riuscirono a rimediarci un altro albero di legno più delicato del precedente, potemmo però tenerlo per soli due anni, poi purtroppo fece la stessa fine. Nel ’77 ci recammo a Mandello del Lario, dove trovammo l’importatore dei famosi alberi Americani, in un unico pezzo, 11,50 metri, ed anche in questo caso, grossi problemi per il trasporto, come gli altri, dovemmo aspettare che si facessero delle regate a Bari, mi sembra, affinché assieme ad altri alberi trasportassero anche il nostro. Gli anni, uno dopo l’altro sono volati, tanti amici sono venuti in barca imparando e con il tempo perfezionandosi, oggi sono dei bravi Skipper e proprietari di barche a vela. Dopo il brevetto da istruttore, oltre alla deriva 4,70 il perfezionamento lo faccio fare sulla Star e posso assicurare che quando salgono sulle altre barche si trovano a loro agio essendo molto più comode e semplici. In una giornata di freddo e vento riguardando delle vecchie foto, ne ho rivista una in particolare, un pattino, che mio fratello Dario e alcuni amici avevano trasformato in catamarano, non so se allora erano stati inventati.

Ho risentito le urla di nostra madre per le lenzuola nuove tagliate e trasformate in perfette vele, un timone rifatto ad opera d’arte, un palo trasformato ad albero poggiato sulla sua scassa e tenuto da quattro cavi di acciaio impiombati con fili di ferro; messo in acqua era velocissimo, non bisognava però far bagnare le vele che solo con gli schizzi diventavano pesantissime e il pattino cominciava dopo pochi bordi a rovesciarsi. Nonostante ciò qualche bordo si riusciva sempre a fare, era il 1948 e avevo otto anni . Dal ’50 al ’52 invece, durante la stagione estiva c’era un solo stabilimento, il Venere, che noleggiava i pattini; mentre i miei riposavano con la complicità del proprietario, prendevo un ombrellone e remavo al largo; con la termica che aumenta nelle ore pomeridiane, aprivo l’ombrellone e con un remo cercavo di timonare fino a riva. Bei tempi !! dicevano i nostri nonni, ora siamo noi a dirlo. Dimenticavo la cosa più importante; Ella due anni fa a compiuto il mezzo secolo naturalmente festeggiati con torta e candeline, sempre se risalendo al numero di matricola, non ci sia errore. Zio Paolo (nome datomi da quattro nipoti e sei pronipoti che vanno tutti a vela).

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LA BURRASCA

Premesso che non siamo a Capo Horn, nemmeno nell’Oceano Pacifico o nell’Oceano Atlantico e tantomeno in Norvegia al Fastnet ma soltanto nell’alto Adriatico.
Possiamo raccontarla, solo perchè non era giunta la nostra ora.
Era la fine d’ottobre, quando la scelta di una barchetta per mio nipote Piero, dopo aver girovagato per quasi tutti i marina d’Italia, cadde su un Mousse 99 ormeggiato nella marina di Grado. Dopo averla vista, partimmo in tre per andarla a prendere. La giornata era uggiosa, una pioggerella gelida ti penetrava nelle ossa. Nonostante ciò, mentre Piero ultimava i preliminari di compravendita, Nino ed io, prima assistemmo all’alaggio se c’erano lesioni, era perfetta,anche se si vedeva ben poco per le innumerevoli mani d’antivegetativa che vi erano state depositate, dopo di che, fatto rifornimento di carburante, ci dedicammo alla cambusa, ricomprando anche un barometro ed un orologio che il proprietario aveva tolto all’ultimo momento.

Cenammo in una pizzeria e poi a letto in barca. Alle sette pronti per andare a fare colazione, la giornata era splendida, la pioggia scomparsa ed un sole tiepido autunnale invogliava a partire al più presto possibile. Il vecchio marinaio del circolo, chiedendoci se eravamo intenzionati a prendere il largo, ci consigliò di non farlo, il tempo non era tornato ancora al bello ed una brutta perturbazione scendeva verso sud. Ripeto, la giornata era splendida, e considerando che la perturbazione scendeva noi saremmo scesi dietro di lei. Leggerezza? I sapientoni, mollano gli ormeggi e partono, con l’ultima considerazione, che in caso il tempo fosse cambiato, sarebbero approdati in un porto qualunque dell’Istria, dovendola costeggiare per diverso tempo. Fino alle tredici il tempo si mantenne stabile e bello una leggera brezza ci fece veleggiare addirittura senza l’ausilio del motore, Valentina iv così si chiamava la barca andava che era un piacere. Ma il nero che si vedeva all’orizzonte davanti a noi si avvicinava sempre di più, il vento iniziò a girare di prua e a rinforzare, mettemmo in moto il piccolo motore ed avvolgemmo il genoa; pensai: ci siamo. Indossate le cerate, la mia ( storia a parte) la diedi a Piero, avvolgemmo le scarpe con buste di plastica ed intanto il vento aumentava ed il mare sempre più formato, mettemmo una mano di terzaroli, durò pochissimo che dovemmo ammainarla ed avvolgerla completamente e per sicurezza legarla con degli stroppi. L’anemometro di Valentina, benché non fossi certo delle sua precisione, ma sembrava funzionasse molto bene, raggiunse i 55 nodi per poi oscillare tra i 35/40 nodi, il mare era diventato pauroso, onde ripide e spumeggianti inondavano la coperta, cercavo in tutti i modi di non far traversare la barca, affrontando di mascone ogni onda, una dopo l’altra, pensavo che se fosse venuta la pioggia, il vento sarebbe diminuito. Niente da fare, la pioggia arrivò ma il vento aumentava ancora, tanto che l’anemometro si stabilizzò tra i 55 nodi e il fondo scala, mi accorsi intanto che mio nipote aveva cambiato colorito, ci confermò che si era sentito veramente male, mentre Nino, seduto nel tambuccio cercava di capire dove eravamo. Ad un certo punto la situazione diventò tragica, dato che, non riuscivo più a tenere la prua ai marosi, mentre la piccola barchetta indietreggiava sotto i colpi violenti delle ondate ed il vento la faceva piegare fino alla falchetta; chiesi a Nino di poter aumentare un po’ i giri del motore, mi disse no. “ e la nostra unica salvezza, se si ferma siamo persi, non conviene, cerca di resistere”. Le ore passavano molto lentamente sempre nell’attesa di una schiarita, di un’attenuazione del vento, l’umidità ed il freddo facevano la loro parte e gli spruzzi tagliavano la faccia accecandomi completamente. Cominciò a fare buio quando l’anemometro tornò sotto i 35 nodi; non sapevamo nulla, ne dove potevamo trovarci o dove essere finiti, non avevamo nulla, solo la bussola che, con la barca che rollava e beccheggiava paurosamente, girava vorticosamente senza poterci dare un orientamento; di giri ne avevamo fatti di certo tanti anche noi, visto che la direzione del vento mi sembrò cambiare diverse volte.

Erano quasi le otto di sera, quando ci apparve una luce intermittente: all’inizio pensammo che fosse una barca di poppa che con le onde compariva e scompariva, decidemmo di seguirla e con il passare del tempo ci accorgemmo che era un fanale intermittente, poteva essere qualunque cosa: una meda, una secca, ed in ultimo invece scorgemmo che era terra ferma. Supponemmo di trovarci all’ingresso di Pola, ma non vedevamo nulla, solo quel fanale intermittente sotto una collina, il vento sceso a 18/20 nodi ci sembrava brezza, cercavamo disperatamente l’ingresso del porto ma non vi erano altri segnali, mi dirigevo, sempre al timone dall’una del giorno verso lo spazio libero tra terra ferma e il mare: nessuno di noi era stato mai a Pola, ci doveva essere un ingresso da qualche parte! Il rumore del mare contro la scogliera si faceva sempre più cupo, il tempo non passava mai; ad un tratto scorgemmo sulla nostra destra, fino a quel momento buio totale, un muraglione, urla di gioia di Nino, finalmente ecco l’jngresso, senza nessun segnale, subito dopo, le luci della città di Pola.
Il cuore ricominciò a battere normalmente, la stanchezza parve scomparire e quasi con orgoglio per aver tenuto testa alla tempesta passata, dissi a mio nipote: dimmi la verità, ai pensato di vendere subito la barca appena saremmo arrivati in qualsiasi porto? Ne ho conosciuti molti, che, alla prima buriana, sono scesi e non sono più risaliti in barca.
“Mi rispose: è stato il mio primo pensiero, l’ho trasformato in un mese di Messe se saremmo riusciti a sopravvivere”. Mentre si percorreva il lungo canale per la marina con il chiarore delle luci della città si notavano brandelli di vela penzolanti, poiché nonostante fosse stata legata a modo, il vento era riuscito a trovare un punto debole e strapparla, fortunatamente niente di grave, Nino, intanto guardando dentro, non si era accorto che i paioli galleggiavano con oltre venti centimetri d’acqua e i cuscini della tappezzeria erano tutti inzuppati, ci sono voluti quattro giorni di sole, tanta è stata la nostra permanenza in quella città, per poterli asciugare. Al marina gentilissimi, ci accompagnarono con la loro auto in un discreto albergo (problemi solo perché Nino non aveva i documenti, poi risolto), cercato di cenare, ma la stanchezza era troppa andammo subito a letto. Nel frattempo ci avevano detto che una tempesta così forte non si registrava da moltissimi anni: alberi divelti, tetti scoperchiati e fiumi in piena straripati in diversi punti, per tutta l’Istria. Nel portare i documenti per registrare l’ingresso, non vollero denaro, fummo ospitati come naufraghi. La città di Pola ci piacque moltissimo, con il suo Colosseo e l’arco di Trionfo costruiti dai Romani, le strade pulite ed i cittadini cordiali ed affabili; unico problema in quel periodo, era il1993 che le banche non davano più denaro, e quindi il cambio con la nostra lira era difficoltoso, ma non impossibile. Per il ritorno, navigammo quasi sempre a vela, con venticello da Nord Ovest mare piatto e Valentina che procedeva ad oltre sei nodi e mezzo.
Mio nipote non voleva, ma lo convinsi a controllare il motore, dopo averlo fatto sbarcare e revisionare sembrò tutto a posto, ma la frizione era ridotta un colabrodo, delle otto molle, ne restavano solo due, le altre erano tutte frantumate, ancora un poco si sarebbe bloccata.
Piccole riflessioni piene di se: se non avessi avuto la forza di resistere o per il freddo o per un malore, ce l’avremmo fatta ugualmente?
Se avessi dato retta ai tanti libri letti, e lasciato il timone e la barca in balia delle onde, rifugiandoci all’interno, ce l’avremmo fatta ugualmente?
Se invece di passare vicino al fanale, fossi passato più al centro, dove, lo seppi dopo, c’è un molo semisommerso, appena percettibile sulla carta nautica? Ce l’avremmo fatta ugualmente? Penso proprio di si! Non era giunta la nostra ora.